Il Detonatore

Facciamo esplodere la banalità

A KABUL E’ CROLLATO L’ALTRO LATO DEL MURO DI BERLINO (di Franco Marino)

Quando nel 1989 cadde il muro di Berlino, non ero grande a sufficienza per capire cosa questo significasse ma non ero neanche troppo piccolo per non rendermi conto che si stava comunque assistendo alla fine di un’epoca. Quell’evento fu puramente simbolico anche perchè la riunificazione della Germania avvenne l’anno dopo e il collasso dell’URSS – che era iniziato già da anni – avvenne nel 1991. Ma quando, da grande, ebbi modo di accedere agli archivi degli articoli dei giornali italiani in orbita sovietica immediatamente antecedenti al crollo del Muro (1988 e primi mesi del 1989) notai immediatamente come gli intellettuali comunisti vivessero nella sincera convinzione che il loro mondo sarebbe durato in eterno.
Quanto sopra ci dice una cosa: gli intellettuali hanno raramente coscienza di ciò che potrebbe avvenire a breve termine. Nel 1937 nessun giornalista si rendeva conto che sarebbe arrivata una guerra che avrebbe cambiato i destini dell’umanità. E se non si intuì l’arrivo di una guerra e la fine di una potenza geopolitica mondiale, come ci si può stupire che gli intellettuali occidentali si scoprano sorpresi da quanto stia accadendo a Kabul?
Del resto, che quella in Afghanistan non sia una sconfitta come le altre e soprattutto non fosse attesa dai media mainstream, lo si vede dall’isterismo con cui TV, giornali e social, stanno trasversalmente reagendo. Destra e sinistra sono concordi nel ritenere il ritiro degli USA l’inizio di una lunga serie di guai per l’Occidente. E le motivazioni sono molteplici, a partire dalla definizione stessa di Occidente e di Cultura Occidentale. Ma non è niente di nuovo per chi ha sempre cercato di rifiutare le narrazioni dominanti.

Partiamo dalla premessa. Occidente, nel Bene e nel Male, è Stati Uniti. Che per i loro interessi certamente, hanno garantito il benessere e la sicurezza dei paesi europei, disarmati dalla seconda guerra mondiale, e privati delle loro colonie – e dunque della possibilità di costruire economie autosufficienti – dunque incapaci di provvedere da soli al proprio sostentamento e alla propria difesa. Come era ovvio che fosse – e l’innaturalità di una condizione favorevole susseguente ad una guerra perduta avrebbe dovuto far riflettere – il tutto non era gratuito ma finalizzato ad uniformare la cultura europea a quella americana. Da cui nasce la cosiddetta nozione dei “diritti umani” e dunque la sacralità dell’individuo, da difendere ad ogni costo da teocrazie e socialismi reali.
Ma un diritto è una legge. Una legge è semplicemente la volontà di uno stato. E lo stato non è che la fazione militare più forte di un determinato territorio. Stabilito questo, sillogisticamente è dimostrato che un diritto ha senso quando trova una forza militare disposta a difenderlo e perseguire i trasgressori.
In diritto internazionale, il concetto di diritto (morale o materiale) non ha il minimo senso, come forse non lo ha il concetto stesso di diritto internazionale. Perchè tutto si basa sui rapporti di forza tra i paesi. Lo si è visto nella vicenda dei marò italiani. Gli indiani li hanno trattenuti in plateale e palese violazione del diritto internazionale. Se il diritto fosse stata una cosa neutra, sarebbero stati liberati immediatamente. Invece, mancando carabinieri internazionali neutri, tutto è dipeso dai rapporti di forza. Se i marò fossero stati americani o cinesi, c’è da scommettere che sarebbero tornati a casa dopo pochi giorni. Essendo italiani, sono tornati a casa dopo anni.

Ne ricaviamo dunque un punto: i diritti umani hanno senso quando c’è chi li difende. Perchè ha interesse a farlo. Perchè ne ha la forza. Gli americani, bisogna essere chiari su questo punto, non hanno mai difeso l’Europa per beneficenza. Sembra banale dirlo ma non in un paese che ancora crede alla Liberazione. Pochi sembrano rendersi conto che il patrimonio di diritti e di averi di cui godiamo non è naturale ma è stato drogato dalla finanza americana e dalla NATO allo scopo di tenere i paesi europei lontani dalle seduzioni del socialismo reale. Crollata l’URSS, gli americani hanno chiesto il conto. In una prima fase, quando non c’erano paesi in grado di resistere loro, hanno cercato di devastare le sovranità nazionali, costringendo i paesi a privatizzare le industrie nazionali e a togliere diritti ai lavoratori. In una seconda fase, resisi conto dell’infattibilità di un imperialismo americano su scala globale, hanno iniziato ad andarsene, nel frattempo cercando di inquinare i pozzi.
L’Afghanistan, che è solo uno dei fronti da cui gli americani si stanno ritirando, dimostra che lo Zio Sam non ha più questo interesse. Si potrebbe discutere all’infinito sul fatto che questo ritiro derivi da una volontà isolazionistica che peraltro in America ormai è in atto da oltre dieci anni, cioè dalla conferenza di Davos del 2009 oppure da una multipolarizzazione del mondo. Forse le due cause sono conseguenziali e complementari. Chissà. Ma il dato di fatto è che la vicenda dell’Afghanistan mostra un’America che, per debolezza o mancanza di volontà, non si sta soltanto ritirando da un territorio ricco di risorse ma da una mentalità. In quanto tale, non è più intenzionata a garantire la sicurezza di diritti che non sono universali ma semplicemente espressione della cultura occidentale.
Il fondamento dell’Occidente per come lo abbiamo conosciuto, o meglio per come ha preteso di farsi conoscere, era quello di mettere almeno formalmente – la realtà è ben più complessa – l’individuo al centro della società. Per tutte le altre culture, gli individui sono nullità al servizio di qualcosa di alieno alla propria individualità psicofisica. Che può essere lo Stato come nel socialismo reale oppure Dio come nelle teocrazie.
E intendiamoci bene, queste società non sono dirette da stupidi.
Un’intervista a Khomeini, realizzata da Oriana Fallaci, è stata utilissima per capire che il timore (giustificato) di quel grande ayatollah era che l’umanità, secolarizzandosi, cioè scegliendo la conoscenza e ripudiando Dio, cadesse in una dannazione molto più profonda di quella rappresentata dal predominio della fede.

L’Occidente nel corso di questi secoli in cui è divenuto miscredente, ha certamente allungato la durata della propria esistenza, ha guarito molte malattie, ha migliorato il proprio benessere per ciò che concerne gli anni migliori della propria vita. Ma non è mai riuscito a rispondere alla domanda “Che senso ha tutto questo. Per cosa viviamo?”. Piombando in una profonda crisi esistenziale.
L’ansia che le persone hanno di sopravvivere a tutti i costi al Covid, anche a fronte di una vita resa impossibile da restrizioni, anche nella prospettiva di una terza età resa infernale dalle menomazioni e dalle malattie tipiche dell’invecchiamento, estrinseca alla perfezione la cultura individualistica dell’uomo occidentale medio che vive unicamente per se stesso e non per uno scopo. E se a questo aggiungiamo che il modello occidentale è economicamente insostenibile perchè basatosi su uno sfruttamento intensivo di risorse limitate, a cui è corrisposto un abnorme aumento della popolazione, possiamo capire benissimo come l’Occidente stia pericolosamente agonizzando.

Gli Stati Uniti hanno perso la guerra in Afghanistan per lo stesso meccanismo su cui si basa la propria essenza: l’universalità della propria cultura, del proprio modo di vivere. Il medesimo meccanismo che ha portato alla caduta del Muro di Berlino e dell’URSS e che inevitabilmente avrebbe portato alla fine anche dell’Occidente. Perchè i muri non cadono mai da un solo lato.
Dopodichè, è difficile capire se gli stessi Stati Uniti siano in pericolo. La mia personale convinzione è che vadano incontro a qualcosa di molto simile alla crisi dell’URSS. Subiranno dei ridimensionamenti, avranno un periodo di crisi per poi riemergere parzialmente tra un paio di decenni, forti ma non più su scala globale come un tempo. Più simili alla Russia dei tempi d’oro di Putin, per capirci.
Quello che a me pare evidente è che l’Occidente, perlomeno quello che conosciamo, sia morto a Kabul in questi giorni. Così come a Costantinopoli i teologi discutevano del sesso degli angeli con i turchi alle porte, in Europa discutiamo di fesserie ignorando la presenza di popoli che, ben sapendo che non c’è più nessuno che ci difenderà, sono pronti a prendersi tutto ciò che abbiamo immeritatamente avuto in questi decenni.

FRANCO MARINO

2 commenti su “A KABUL E’ CROLLATO L’ALTRO LATO DEL MURO DI BERLINO (di Franco Marino)

  1. I nostri eroi, stanno già piagnucolando .
    Si stracciano le vesti, per la sorte dei bimbi e le donne Afgane..
    Ma non è vero…temono per la propria incolumità…
    Falsi come sempre…

  2. Ottimo pezzo, Franco.
    Il bello è che abbiamo pure la faccia come il culo, tra il dico-non-lo-dico, di criticare i vaccari, non avendo nessuna intenzione come Europa di assumerci delle ovvie responsabilità; io detesto gli yankee e concordo con te che dietro a molti fatti, anche italiani, ci siano sempre loro, ma leggere, ad esempio, le dichiarazioni del mefitico Letta, provoca conati di vomito, siamo talmente servi che per 20 anni non abbiamo recriminato nulla, ed ora facciamo le anime belle… Che merdosi!!!

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