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LA LEGGE ZAN: UNA LEGGE SBAGLIATA E PERICOLOSA (di Franco Marino)

Se un bambino dà uno schiaffo ad un compagno senza un valido motivo – senza cioè una pericolosa provocazione verbale o addirittura fisica – è giusto punirlo, magari mettendolo in castigo. Se invece lo si punisce appendendolo a testa in giù ad un lampadario e scudisciandolo oppure tenendolo una settimana a pane e acqua, al gelo o all’eccessivo caldo, finanche rischiando di provocargli profondi danni psicofisici, ci troviamo di fronte ad un palese caso di “sproporzione della pena” oltre che, fuoriuscendo dall’esempio, ad un caso di maltrattamento e di abuso dei metodi di correzione. Puniti ovviamente e giustamente dalla legge.

Così come l’educazione non è fatta solo di regole ma anche di princìpi, uno stato di diritto non è fatto solo di leggi ma anche di princìpi generali. E il principio generale della cultura giuridica è che la pena deve essere proporzionata all’entità del reato. Un insulto è qualcosa di indubbiamente sgradevole. Un insulto discriminativo lo è ancor di più perchè oltre a pretendere di diminuire la dignità del singolo, colpisce anche la dignità della sua appartenenza ad una categoria. Non vi è, in sè, niente di sbagliato nel punire chi si rivolge ad un altro chiamandolo “ricchione di merda” oppure “sporco negro”. Una pena pecuniaria di modesta entità, perchè comunque parliamo di un episodio sgradevolissimo ma modesto, non di un omicidio o di uno stupro, e si può solo auspicare che il colpevole non ci riprovi più.
Se invece si inizia a parlare di carcere e di confisca dei beni – questo era il testo originario della legge Zan, fortunatamente rimosso dagli emendamenti – per un insulto razzista oppure omofobo, ecco che la pena apparirà sproporzionata e controproducente. Perchè i gay appariranno come quelli che vogliono mettere le mani prima ancora che nei pantaloni degli altri, nei loro portafogli.

C’è anche un altro principio peculiare di ogni stato di diritto. Ogni legge deve ridurre al minimo il potere interpretativo di chi è chiamato ad applicarla (forze dell’ordine) e stabilire come sia stata violata (giudici). E dunque una legge è tanto più efficace e giusta quanto meno lascia spazio a margini interpretativi. Se una legge si limitasse a dire “chi chiama ricchione qualcuno, è punito con 2000 euro”, avremmo il classico esempio di una legge ben fatta. Hai chiamato Tal Dei Tali “ricchione” e dunque giustamente paghi.
La legge Zan non fa questo. Col presupposto nobile di combattere le discriminazioni (non solo quelle LGBT, per capirci) e finanche inserendo clausole di salvaguardia della libertà di espressione, in realtà conferisce un enorme potere interpretativo a chi è chiamato a dover decidere cosa possa essere qualificato come omofobico o insultante e cosa non lo sia. Con risultati potenzialmente pericolosi. E dunque col rischio – tipico di leggi in cui si lascia un’ampia interpretazione – che le forze dell’ordine oppure un procuratore abusino di tale potere e possano servirsene per scopi che vanno oltre il perseguimento del reato. Del resto quanto questo sia vero lo si osserva quando vediamo con quanta facilità si dà dell’omofobo a qualcuno. Si pensi a Pillon, Fontana, Salvini, che si beccano in continuazione l’accusa di essere omofobi senza aver mai detto nulla di oggettivamente qualificabile come tale. Il sottoscritto, più volte, oltre ad essere accusato di fascismo (senza essere fascista) e di razzismo (senza essere razzista) si è preso dell’omofobo – io che da ragazzino sono finito in ospedale nel difendere un compagno di scuola gay – per aver sostenuto la propria personale contrarietà alle adozioni omogenitoriali. Che peraltro vedono contrari moltissimi gay. E non mi riferisco solo ai casi noti di Malgioglio, Giorgio Armani, Zeffirelli, Paolo Poli, ma esistono moltissime associazioni LGBT che sono contrarie alle adozioni omogenitoriali. Omofobi anche loro?

Quando si dice che la Legge Zan colma un vuoto che non esisteva, si dice il falso. Il vero equivoco, che è poi alla base di altre pessime leggi approvate negli ultimi anni sull’onda emotiva di fatti di cronaca, deriva dalla mancata applicazione di leggi già esistenti che l’opinione pubblica, poco avvezza alla conoscenza delle origini della cultura giuridica, confonde con la loro assenza. Lo stalking era già punito dall’ordinamento col reato di molestie. Ed è stato sostituito da un reato fumoso nel quale rientra un ampio ventaglio di comportamenti che possono essere visti come stalking o come l’esatto contrario. Per non parlare del fatto che la vittima, grazie ad un medico compiacente, può autocertificare di aver ricevuto un disagio dall’aver cambiato le proprie abitudini. Di fatto mettendo nei guai il presunto stalker. Altro obbrobrio è l’omicidio stradale (che termine osceno, mamma mia) che, come pochi sanno, era già una fattispecie aggravante dell’omicidio colposo.
In generale, l’omofobia, gli insulti razzisti e quant’altro, erano già puniti con i reati di ingiuria e diffamazione. L’ingiuria è stata, chissà come mai, depenalizzata, le diffamazioni ormai fioccano come le nespole dai rami delle comunicazioni digitali e la sensazione più evidente è che alcuni reati servano non a punire fatti oggettivamente sgradevoli ma ad introdurre categorie protette intoccabili. Il tutto mentre magari un individuo in sovrappeso – a volte tale per ragioni che possono andare oltre la buona forchetta – potrà continuare ad essere chiamato “ciccione”, “trippone”, “grassone”, a seconda che sia di etnia bianca o nera (in quest’ultimo caso e solo in quest’ultimo caso allora si parlerà di insulto razzista) oppure che sia di sinistra o di destra (in quest’ultimo caso allora se lo sarà meritato).

Il problema è culturale. Quando si capirà che sgradevoli fenomeni si possono combattere solo con un’universale cultura dei diritti individuali, che prescinde da etnia, da cultura, dal credo, dalla propria collocazione politica, solo allora arriveremo a leggi giuste, credibili, che non siano facilmente avversabili e delegittimabili da coloro che violano scientemente i diritti altrui.
E, consentitemi una piccola riflessione personale, quando la Cirinnà si ribella al greenpass per i trans, ma solo per loro, sostenendo che sia un provvedimento discriminatorio nei loro confronti, ignorando i milioni di italiani che stanno subendo questo scempio, diciamo che un po’ di omofobia se la cerca.

FRANCO MARINO

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