Il Detonatore

Facciamo esplodere la banalità

VENT’ANNI SENZA INDRO MONTANELLI (di Franco Marino)

Gli anni passano e si vedono alcuni nostri contemporanei divenire personaggi storici. Craxi è stato ampiamente rivalutato non soltanto a destra – dove più che altro si è sfruttata la sua vicenda personale come grimaldello per dire “Ecco anche Berlusconi è un perseguitato” – ma anche presso parte della sinistra.
Ma chi non è più di verde età ricorda che quella stessa sinistra allora lo insultava in maniera sanguinosa e lo costrinse, attraverso quella grande farsa che fu Tangentopoli, a fuggire.
Chi a suo tempo dovette battagliare per difenderlo dall’infinita schiera dei suoi calunniatori rimane sorpreso nel vedere come oggi quell’omone sia entrato nel Pantheon internazionale e non abbia più bisogno di difensori.

Qualcosa di analogo avviene anche con Indro Montanelli. Che prima di essere un nome nella storia del giornalismo, è stato una persona viva e tutt’altro che incontestata.
Ho un certo imbarazzo a definirmi fedele montanelliano perchè essendo nato nel 1981 mi sono perso tutti gli anni di piombo in cui il vecchio Indro, col suo coraggio e la sua capacità di steccare dal coro, diede il meglio di sè e quindi un qualsiasi signore con molti più anni di me e abbia vissuto quell’epoca sarebbe preso dalla comprensiva tentazione di irridermi. Ma, ebbene sì, da bambino leggevo devotamente il Giornale di Montanelli. E non era certo merito di quel bambino ma di Montanelli.
Del resto, di leggere gli altri giornali non se ne parlava nemmeno. Non tolleravo la spocchia e l’arroganza dell’Unità di D’Alema, non sopportavo il linguaggio pomposo e avvocaticchio di Scalfari, costruito più per farsi dire dai suoi lettori “Oh come sei bravo, oh come sei intelligente”.
Di Montanelli invece mi colpì il linguaggio semplice, colloquiale, conviviale. Che veniva compreso persino da un bambino quale ero.

Quando nel 1974 il “Giornale” nacque, io non ero neanche in calendario. Ma quando molti anni dopo avrei letto il primo editoriale, capii immediatamente la funzione per cui era nato e cioè dire la propria verità senza lasciarsi intimidire da nessuno. Senza alcun timore reverenziale nei confronti dei comunisti e dei loro infiniti dogmi. Se si doveva dire che la Resistenza era stata una grande montatura mediatica e che vi furono moltissimi episodi di violenza, in quel quotidiano lo si diceva. Non come Giampaolo Pansa che queste cose le ha scritte, sì, ma decenni dopo: Montanelli le ha proclamate quando ancora circolavano per le città italiane praticamente tutti quelli che alla Resistenza avevano partecipato. E che sarebbero stati lieti di fargliela pagare. Come poi qualcuno fece, gambizzandolo. Con gli altri giornali che, vergognosamente, o minimizzarono o addirittura non dissero nulla.


Notai il Giornale raccattandolo per terra, per caso. E quando vidi che, contro ogni piagnonismo meridionalista, Montanelli criticava aspramente il Sud, io che pure ero meridionale anche se residente al Nord, pensai che quelle parole fossero vere.
E quel giornale mi sorprese per la sua particolarità. Era stringato, composto di poche pagine, aveva articoli scritti con caratteri piuttosto grandi (per occupare più spazio), ma molte frasi scoppiavano come bombe, alle mie orecchie. Dunque cose del genere si potevano dire! Dunque era lecito dirsi anticomunisti! Dunque non era solo mio nonno a dire – in opposizione della mia maestra – che l’Italia era stata liberata dagli Alleati e non dai partigiani!
Da Montanelli si potevano leggere cose impossibili da trovare in altri quotidiani e altri opinion leader: la bellezza del libero mercato, la stroncatura del mito dell’eroico partigianesimo, la puntuale delegittimazione di tutte le messe cantate della sinistra.

Da quel giorno chiesi espressamente a mia madre e mio padre, ben felici in quanto conservatori, di comprarmi quel quotidiano, anzi loro mi davano i soldi e lo compravo. E ogni volta avevo la sensazione – che poi mi fu confermata da molti lettori assai più grandi di me – di far parte di una sorta di carboneria. Infatti, ci univa anche la sensazione che era pericoloso farsi vedere in giro con una copia di quel giornale. Tanto è vero che che spesso lo piegavamo in modo da nascondere la testata. Una volta, avevo dodici anni ed ero al mare, non potrò mai dimenticare il duro rimprovero di una signora per la quale io ero colpevole di “aver comprato il giornale di un fascista”. Come pure capitava che se ci si incontrava per strada con un altro lettore che aveva sotto braccio il Giornale, ci si sorrideva complici come a dire “Sei dei nostri”.
Ma a parte queste note di colore, Montanelli per me è stato un maestro di stile, di coraggio, di chiarezza di idee. E poco importa se non sono diventato come lui, se non scrivo bene come lui. Per ben quattro anni, dal 1990 più o meno al 1994, ogni giorno era un appuntamento fisso con i suoi illuminanti editoriali, con i suoi gustosissimi controcorrente. E se è vero che lui era il re dei giornalisti e io uno scappato di casa, pur tuttavia mi sono sempre ispirato a lui in una cosa: scrivere con semplicità, diffidare di ogni linguaggio opaco.

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Un contatto così lungo è stato come avere a che fare con un nonno molto lucido e informato. Carico di aneddoti di vita vissuta e di fatti storici visti da testimone diretto. Ma tutto finì quando Berlusconi, entrando in politica, chiese a Montanelli di cambiare la sua linea editoriale. Il risultato fu che lasciò il Giornale e fondò “la Voce” che si trasformò praticamente in un giornale antiberlusconiano e giustizialista (lui che aveva parlato sempre bene di Berlusconi e malissimo della magistratura) col risultato che tutti quei lettori che lo avevano seguito religiosamente per vent’anni, progressivamente lo abbandonarono e tornarono nel Giornale, la cui direzione nel frattempo fu assunta da Feltri.

Questo atteggiamento suscitò un’immensa sorpresa nei lettori storici del “Giornale”. Sia per tutto quello che Montanelli aveva detto, ripetute volte, nel corso degli anni su Berlusconi, sia perché Berlusconi aveva tutto il diritto di chiedergli un cambio di linea editoriale, dal momento che i soldi li metteva lui; sia infine perché non esitò ad intrupparsi col centro-sinistra, ad accettare – lui! – il sostegno dei comunisti. In un climax che divenne immediatamente chiaro quando Travaglio si mise ad usarlo per giustificare un giustizialismo e un’antipolitica che certamente non appartenevano al vero Montanelli che non è certo quello che oggi molti suoi fasulli eredi usano per i propri scopi.
Cose come “Non bisogna dare del tu ai politici nè andarci a pranzo. La corruzione inizia davanti ad un piatto di pastasciutta” sono completamente in antitesi con la figura di un uomo che fu, legittimamente, amico di moltissimi politici, da Cossiga a La Malfa, passando per Andreotti. E che persino conobbe e intervistò mafiosi e personaggi oscuri legati ai servizi segreti. Come certamente, il vero Montanelli si sarebbe sicuramente schierato contro l’antiberlusconismo militante.
Non appena fu chiaro che il Montanelli che avevamo amato era morto senza che ce ne accorgessimo, tornammo tutti quanti a leggere il Giornale. Feltri, che pure è una mirabile penna, non aveva lo stile del suo predecessore ma quantomeno aveva ricreato quello stesso spirito di consorteria che ci aveva resi fedeli lettori.


Si cercava una spiegazione, si cercava di capire, ma non c’era verso. Bisognava solo rassegnarsi al fatto che quel grand’uomo rimaneva sempre un uomo.
Personalmente una prima avvisaglia l’avevo avuta quando, incontratolo dal vivo, a me che molto timidamente mi avvicinai a lui per dichiarargli la mia stima, rispose assai sgarbatamente, facendomi quasi piangere. Che fastidio avrebbe potuto dargli un bambino che in fin dei conti non voleva far altro che dirgli di aver imparato moltissimo da lui?
Ma il sintomo più inquietante, lo identificai quando scrisse un editoriale dal titolo “Si”. Io rimasi interdetto. Era un titolo senza senso. Ma come poi emerse, in realtà Montanelli intendeva scrivere “Sì” (affermazione), che si scrive con l’accento. Avrebbe potuto cavarsela con una battuta delle sue, chessò, mi restava una sola ì accentata e l’ho usata per “così”. Oppure alludere ad un errore di battitura dettato dalla fretta. Del resto, io stesso, poichè la stragrande maggioranza dei miei articoli li scrivo di getto, a volte commetto alcuni errori. E puntualmente, quando li invio in broadcast su whatsapp, molti mi scrivono facendomi notare questo o quell’altro errore. Lettori così per me sono semplicemente oro colato. Non lo trovo uno sminuimento della mia dignità. Anzi un grande anticorpo contro le figuracce.
Montanelli invece non ne volle sapere e cercò di ridiscutere l’ortografia italiana, scadendo nell’infantilismo e nel patetico. Cosa che mi mise molto in allarme e ne ridimensionò di gran lunga la credibilità ai miei occhi.

L’altro grande difetto era un certo narcisismo di fondo che, non di rado, lo faceva sconfinare nella bugia – c’è più di un libro che smonta molte bugie di Montanelli, compresa la sua presenza a Piazzale Loreto il 25 Aprile – e in un vizio tipico di una certa destra: voler piacere a tutti i costi alla sinistra.
La cosa che appariva palese, dall’animosità con cui lui scriveva della sinistra, è che in fin dei conti una riappacificazione con quel mondo la volesse. E la sinistra, che lo aveva capito, ebbe gioco facile nello strumentalizzarlo contro Berlusconi. Salvo, l’anno scorso, gettarlo nel cestino della cancel culture, sfruttando la vicenda della sposa bambina etiope, Destà. Un’indignazione ridicola. Perchè non tiene conto del tempo in cui Montanelli visse, completamente diverso da quello di oggi. Perchè tirata in ballo dagli stessi che in vita lo venerarono per dare addosso a Berlusconi. E, per giunta, per una storia che, come molte di quelle che raccontava Montanelli, potrebbe tranquillamente essere inventata per darsi un tono.

Ma così come, quando ci si innamora di qualcuno, sorvoliamo sui suoi difetti, così i difetti di Montanelli perdono totalmente importanza di fronte a quanto ha dato all’Italia liberale.
Esistono amori che durano in eterno e sono rari. Ma anche lunghi amori che, quando finiscono, se sono stati grandi amori, se ne conserva il ricordo di tutto ciò che di bello ci hanno dato.
Montanelli rimane il mio primo “amore” intellettuale e tutti noi liberali non lo dimenticheremo mai. Anche oggi che quell’amore è finito.

FRANCO MARINO

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