Il Detonatore

Facciamo esplodere la banalità

MALIKA E LA STUPIDITA’ DELLA BENEFICENZA IN ITALIA (di Franco Marino)

Quando una volta a Pasquale Panella, autore dei testi di Lucio Battisti del dopo-Mogol, chiesero perchè lui, poeta, si fosse dato alla canzone, questi rispose cinicamente che “scrivere le canzoni è come fare le rapine. C’è un mondo abbastanza imbecille da farsi uscire i soldi dalle tasche, senza nemmeno doverglieli chiedere a mano armata”.
Il principio di ogni elargizione di danaro è che, anche quando non legata ad un negozio giuridico, risponde ad una domanda e ad un’offerta. Se io offro denaro è per avere qualcosa in cambio, sempre e comunque.
Il caso di Malika, “cacciata di casa perchè lesbica” e che con la gara di beneficenza si è comprata una Mercedes, non sorprende nessuno che non abbia mai fatto, in qualche modo, beneficenza a sufficienza per pentirsene a vita. Proverò a spiegare perchè.

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Essendo l’Italia una colonia americana, ha introiettato il peggio di quella cultura mentre il meglio se lo sono tenuti, come è ovvio, gli americani.
Di conseguenza, spesso importiamo abitudini tipiche del popolo americano, non contestualizzandole col tipo di cultura e società italiana che è completamente diversa da quella statunitense.
La diffusione della cultura della beneficenza è forse il fenomeno più esemplificativo e il motivo sta nella profonda differenza tra una struttura sociale come quella vigente in America e quella italiana.
Gli Stati Uniti, infatti, sono un paese che, per scelta, non ha un welfare di stato. Chiunque si ammalasse avrebbe diritto solo al primo soccorso. Dopodichè, la prima cosa che gli chiedono è se ha un’assicurazione. Se ce l’ha, se la cava. E va detto che in questi casi, puntualmente, le assicurazioni fanno di tutto per non pagare il malcapitato, compreso indagare sui social attraverso fake che gli chiedono l’amicizia per spiare la sua vita privata e vedere se per caso non ha compiuto azioni che possano avergli provocato il problema di salute (è successo anche questo).
Se non ce l’ha, scusate il turpiloquio, semplicemente si fotte.
Naturalmente, essendo gli Stati Uniti un paese con un minimo di pragmatismo, è ben cosciente che un numero eccessivo di poveri possa alla lunga diventare un grosso problema sociale, allora ha creato un meccanismo di esenzione fiscale per tutti i ricchi che fanno beneficenza, al tempo stesso sviluppando una cultura mediatica di incensamento verso tutti coloro che la fanno.
Avrete sicuramente assistito a qualche spettacolo di beneficenza e noterete che segue sempre, sistematicamente, uno schema fisso: opinion leader fichissimi, attrici che – se sganciate qualche soldino – ve la fanno odorare (solo odorare, sia chiaro), vecchi cantanti drogati e rifatti, attori dal pacco gonfio; un meraviglioso palco pieno di VIP, di puttanoni scosciati e gonfi di collagene, di vestiti da cinquantamila dollari ciascuno, di vecchie fiamme di hollywood che vedono tutto blu per il viagra e giovani mogli che trovano sexy il loro portafogli. Tutti così buoni, benedetti dalla grazia del dio di Lutero che comprano il biglietto del paradiso distribuendo tutta questa grazia, che non meritano perchè in fondo sono sempre peccatori.
Tutto meraviglioso, non vi sentite commossi anche voi?
Lo scopo della messinscena è convincere l’americano medio che A) Non serve un vero stato sociale, dato che i ricchi essendo virtuosi divideranno i loro soldi facendo beneficenza; B) I ricchi sono anche buoni, perchè fanno tanta beneficenza. Lunga vita ai ricchi. C) Se sei povero è perchè Dio ce l’ha con te e ha deciso questo, MA per fortuna c’è la gente che Dio ama, che ti aiuterà, e quindi Dio sia lodato perchè manda i ricchi sulla terra. Puro calvinismo.

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Questo mix di convenienza e compassione – che ha un nome specifico “compassionate capitalism” – ha creato quella cosa completamente ridicola che noi chiamiamo beneficenza. E spiega anche perchè personaggi orrendi come Ford – quello che voleva sostituire gli operai con gli scimpanzè – Rockfeller che cercava in tutti i modi di perseguitare psicologicamente tutti i suoi potenziali concorrenti, ma anche lo stesso Soros, di cui ben conosciamo le nefandezze sparse per il mondo, si siano dati alla filantropia. Semplicemente perchè essere filantropi conviene: si ottengono esenzioni fiscali e la gratitudine di una moltitudine di poveri troppo cretini per capire che nei paesi civili non esiste la beneficenza perchè le cose di cui si occupa, SPETTANO ALLO STATO ATTRAVERSO LE TASSE.
Ma spiega anche qual è la spinta delle persone nel fare beneficenza. Se decidessi, per dire, di donare centomila euro ai terremotati, in un paese normale qualcuno mi darebbe del deficiente per ovvie ragioni. Come prima cosa, mi si farebbe presente che quei centomila euro non risolverebbero il problema. Come seconda che, non potendo controllarne l’uso, non avrei la certezza che non finiscano nelle tasche di qualche affarista. Infine mi verrebbe ricordato che tale compito spetterebbe allo stato, che tra l’altro la beneficenza me la fa fare già con la dichiarazione dei redditi.
Viceversa, in un paese sottoposto alla cultura americana del compassionate capitalism contrapposta ad un’assenza totale di welfare, finirei sui giornali e verrei incensato per settimane. Senza che nessuno si chieda “Ma non è che forse se Franco Marino ha donato centomila euro, era proprio per finire sui giornali e ottenerne un tornaconto di qualche tipo?”.


La beneficenza, in uno stato che funziona, con una sanità pubblica efficiente, con dei servizi ben gestiti, non ha il minimo senso. Nei paesi scandinavi, per dire, dove il welfare funziona, la beneficenza non solo è praticamente assente ma viene praticamente sottoposta a riprovazione morale. Se uno svedese, norvegese o finlandese desse, per esempio, i suoi soldi a qualche organizzazione umanitaria, si sentirebbe rispondere “Ma sei scemo? Dai i tuoi soldi ad un’organizzazione che non si sa che uso ne fa? Senza contare che poi quei soldi finirebbero nella malavita locale?”. Discussioni a cui ho assistito personalmente, avendo vissuto in Norvegia.
In tal senso, la ridicolaggine che sta dietro la storia di Malika è ancora più evidente ed emblematica. Ma viene affrontata nel modo più sbagliato e cioè “Ohibò, questa ragazza si è fatta la Mercedes, che scandalo”. E il motivo è ovvio. Se Malika si è potuta mettere i soldi da parte e non usarli per le sue spese personali ma per comprarsi una Mercedes, il punto è che una vera povertà come quella americana, non esiste. Negli Stati Uniti, il povero è povero davvero. Perde la casa, perchè non esiste la legge dell’impignorabilità della prima casa; perde l’assicurazione sanitaria, perchè non esiste l’obbligo di farsene una; perde la scuola, che è a pagamento. Semplicemente perde tutto e si riduce alla totale irrilevanza. E tuttavia, dal momento che gli americani hanno ben chiaro qual è il rischio di accumulare un quantitativo enorme di poveri affamati e in ansia per il futuro – il rischio è che saltino fuori tentazioni socialistiche su base rivoluzionaria – ecco che, attraverso il meccanismo dei media e le robuste esenzioni fiscali, stimolano una narrazione che trasforma il ricco benefattore in un santo. Col benefattore che ne ricava ritorni economici e reputazionali.


In Italia, essendoci uno stato sociale, tutto questo viene annacquato. Il benefattore italiano non è uno che contribuisce a tenere in piedi un sistema, dato che esso in teoria dovrebbe già tenersi in piedi con le tasse (gli italiani fanno già beneficenza pagandole, per dire). Rimane il ritorno reputazionale che si estrinseca nella melassa complimentistica che ripaga l’ego del benefattore con articoli celebrativi di giornale, post commossi di influencer patinati e lo tsunami di lodi a destra e a manca. Qualcosa che la commedia Tolo Tolo di Checco Zalone ben affresca quando fa apparire sulla scena il fotoreporter francese che va a fare il pavone in Africa.
In questo senso, la storia di Malika sgama l’ipocrisia del benefattore e la furbizia del beneficiato. I benefattori non hanno controllato che la storia fosse vera (chi vi dice che sia stata cacciata perchè lesbica? Potrebbero anche essere altre le ragioni) nè che i soldi servissero alla ragazza per darle un lavoro e un futuro, semplicemente perchè non ne hanno avuto il bisogno. Dal momento che il loro unico scopo era quello di comprare reputazione, accreditandosi come sensibili ai diritti LGBT, hanno già esercitato il proprio interesse semplicemente donando.
Di contro, Malika, la beneficiata semplicemente ne ha approfittato ed è passata alla cassa. E dunque prendersela con lei non ha il minimo senso. Non ha fatto altro che sfruttare, come dice Panella, un mondo abbastanza imbecille da farsi uscire i soldi dalle tasche, senza nemmeno doverglieli chiedere a mano armata.
E dunque come al solito assisteremo alla solita contrapposizione tra narcisi indignati per aver subito una truffa e omofobi che saranno pronti a sfruttare questa vicenda per dire che i gay sono tutti così.

FRANCO MARINO

9 commenti su “MALIKA E LA STUPIDITA’ DELLA BENEFICENZA IN ITALIA (di Franco Marino)

  1. LGBTinQ, specifichiamo.

    Trickle down economy è quella dottrina tanto cara ai riccastri.

    E da quando non ha senso prendersela con gli stronzi? Specialmente quando sono così stupidi da farsi beccare… è praticamente un obbligo morale.

  2. C’è un altro incentivo che spinge a fare beneficienza, ed è il sentirsi buono. In pratica, beneficienza > come sono buono > scarica di endorfine > piacere e gratificazione.

  3. BRAVA cosi si fa in quegli ambienti, cosi gli hanno insegnato i buonisti di sinistra !

    E’ cosi che funziona il 3° settore, 75 MLD di eu anno di donazioni per i piu’ disparati motivi, dall’associazione delle unghie incarnite a quella della guerra armata per la pace del mondo, fondazioni, associazioni, onlus, ong, cooperative, spendono MLD di eu anno per la pubblicità ben curata da psicologi e psichiatri per colpire l’emozione della povera gente, e poi Mercdes, ville con piscina, barche di lusso, attici, superattici, cene eleganti, vacanze di lusso, viaggi, festini a base di droghe ed escort, il tutto coi vostri soldi !

  4. Bell’articolo, complimenti.
    Io poi sono anche dell’idea che le persone veramente bisognose non vadano aiutate col denaro, del quale molto probabilmente farebbero cattivo uso, bensì con beni primari come il cibo, vestiti, un tetto sopra la testa etc.
    (ma non è certamente questo il caso della tizia di cui si parla nell’articolo)

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