Il Detonatore

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LA RECENSIONE – I CINQUANT’ANNI DI L.A. WOMAN DEI DOORS: QUANDO LA MUSICA AMERICANA MORÌ (di Matteo Fais)

Morire come si deve è una delle mete più ambite. Nasciamo nell’incoscienza. I primi momenti e anni ci sfuggono restando alla mercé di chi ci ha preceduti. Per questo, morire in modo grandioso è più importante che nascere tra squilli di trombe. Ciò, soprattutto, perché la morte è – o meglio vorrebbe essere –, come sostiene il protagonista di La nausea di Sartre, l’accordo conclusivo, quello della quadratura del cerchio, ciò che idealmente rimanda al principio a garanzia della sua necessità. Di solito una storia è così, diversamente dalla vita: gli elementi sono concatenati, l’uno sta in piedi grazie all’altro, e il finale è la realizzazione di ciò che l’inizio adombrava, sottointendendolo.

L.A.Woman dei Doors è esattamente questo, l’accordo finale che rende la carriera della band di Los Angeles un magnifico capolavoro di armonia, una storia perfettamente conchiusa – una storia personale e della musica americana. C’è tutto, dopo l’ubriacatura psichedelica. La profonda influenza dei negri che hanno inventato la musica popolare, cioè jazz, blues, e rock n’ roll. E poi Dioniso che, sbarcato dalla nave, approda sulla terra promessa per possederla e farla danzare (“Out here on the perimeter there are no stars/ Out here we is stoned, immaculate”, “Fuori dal perimetro non ci sono stelle/ Qui siamo strafatti e immacolati”, come canta The WASP – Texas Radio and the Big Beat). Un continente costruito sull’importazione e l’incontro di uomini, con e senza storia, raggiunge il suo zenit musicale. Nel solchi del disco, persino i bianchi possono cantare e suonare come i loro fratelli di colore.

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Nell’album che conclude il loro percorso, tutti i Doors sono all’apice delle proprie possibilità. Ormai si tratta di musicisti professionisti, con centinaia di concerti e ore di registrazione alle spalle. Pur essendo ancora relativamente giovani, anche per i tempi, non si può davvero immaginare che potessero spingersi oltre. Persino la morte di Morrison, di lì a breve, sembra una benedizione, l’accordo conclusivo: se non si può fare di più è meglio fermarsi, deporre gli strumenti. Non si sarà mai abbastanza grati a Jim per non essersi trasformato in Mick Jagger e non aver tramutato la sua band in una versione da ospizio come sono oggi i Rolling Stones. Un genio sa sempre quando è giunto il momento di mettere un punto, tracciare un confine.

Quando cinquant’anni fa uscì, L.A. Woman segnò uno spartiacque nella storia musicale americana e mondiale. È onestamente difficile pensare che si possa fare di più. Si può forse fare qualcosa di diverso, ma sempre riferendosi ad esso, per continuità od opposizione. Il punto è che successivamente si era probabilmente consolidata una cultura americana altra, non più figlia del passato ma totalmente indipendente, come il grunge, per esempio.

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Tutto ciò che è venuto dopo, però, non è stato caratterizzato dalla stessa ricchezza. Dove lo si troverà più un vinile così carico di riferimenti musicali, quali quelli che cita Robby Krieger in una delle sue ultime interviste (https://tidal.com/magazine/article/the-doors-robby-krieger-in-conversation/1-78327 ). Senza parlare di quelle letterarie, con Morrison che, nei testi, come Been Down So Long, fa riferimento a Richard Fariña con il suo Been Down So Long It Looks Like Up to Me (in italiano, Così giù che mi sembra di star su, Fandango); o l’omonima canzone che dà il titolo all’album, L.A. Woman, e quei versi in cui viene ripetuto City of Night, con riferimento all’allora famosissima opera di John Rechy, Città di notte (Rizzoli, 1964; Tropea, 1996; Tropea, 1999).

Peccato che, per il cinquantennale, non sia ancora stata annunciata una nuova ristampa, come per tutti gli altri album, anche se circolano voci in merito. La ristampa per il quarantennale, invece, è stata straordinaria, con un intero disco di outtake. Ad ascoltarlo, è incredibile pensare quanto fossero vitali e travolgenti anche le registrazioni non finite su disco e che ne costituiscono in un certo senso tante versioni alternative, con piccole ma fascinosissime peculiarità. Sarebbe bello poterle ascoltare tutte, ogni singolo take di ogni singola canzone. Sarebbe anche bello se non si dovesse tornare sempre al passato per trovare qualcosa di grandioso come i Doors, ma purtroppo la nostalgia sembra un destino senza uscita. Dopo cinquant’anni, siamo ancora qui e il passato resta il migliore dei mondi sonori possibili.

Matteo Fais

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L’AUTORE

MATTEO FAIS nasce a Cagliari, nel 1981. È scrittore e agitatore culturale, fondatore, insieme a Davide Cavaliere, di “Il Detonatore”. Ha scritto per varie testate (“Il Primato Nazionale”, “Pangea”, VVox Veneto”). Ha pubblicato i romanzi L’eccezionalità della regola e altre storie bastarde Storia Minima, entrambi per la Robin Edizioni. Ha preso parte all’antologia L’occhio di vetro: Racconti del Realismo terminale uscita per Mursia. Da ottobre, è nelle librerie il suo nuovo romanzo, Le regole dell’estinzione, per Castelvecchi.

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