Il Detonatore

Facciamo esplodere la banalità

LA SUPERCAZZOLA DELLA SUPERLEGA (di Franco Marino)

Non ho quasi mai parlato di calcio nei miei spazi per vari motivi.
Il primo è che ne sono sempre meno appassionato. Da quando sono stato ad un passo dal diventare Direttore Sportivo ad oggi che guardo soltanto le partite del Napoli, sono passati vent’anni e sono profondamente cambiato. Prima sapevo tutto di tutto del calcio, tutti i calciatori più importanti, le giovani promesse, la tattica, l’organizzazione sportiva. Ora se conosco Haaland, il nuovo fenomeno di cui tanto si parla, è già assai. Sono cambiato, dicevo. Ma è cambiata anche la società.
Il secondo è che nel mio blog ho sempre parlato di tematiche cosiddette serie, cioè politica, finanza e società. Accanirmi a parlare di calcio significa svilire la serietà dei miei contenuti e no: non sono uno di quelli che ha il mito di sapersi prendere poco sul serio. Quando hai un blog dove discuti di tematiche delicate come il covid e, con la stessa serietà, ti metti a parlare di calcio, svilisci la tua serietà. Ad un certo punto, ai tanti che mi seguono con la passione di chi si aspetta da me contenuti di una certa serietà suonerebbe strano se, con la medesima serietà, mi mettessi a parlare della riconferma di Gattuso, dell’esonero di Pirlo e cose simili.
Tutto ciò che so di calcio, mi arriva addosso senza che io lo chieda, attraverso le timeline dei social a cui sono iscritto.


Nondimeno, di calcio ha senso parlarne quando assume dimensioni sociopolitiche ed economiche che fuoriescono dai campi di gioco. E questa è una di quelle circostanze.
Per tutto il resto, l’evoluzione del calcio da semplice divertimento da dopolavoro a fenomeno sociale tale addirittura da provocare una guerra (è successo davvero) è un elemento di tossicità al quale non voglio contribuire neanche un po’.
Ogni tanto vado a rivedermi su youtube video di contestazioni dei tifosi a presidenti e calciatori e rimango meravigliato che esista gente capace di schiumare rabbia perchè il proprio beniamino ha sbagliato un gol o che aggredisca un arbitro che gli ha negato un rigore e non abbia nulla da dire davanti ad una classe politica che da un anno li ha chiusi in casa. Ma questo ha a che fare con una cosa che nell’antica Roma fu tratteggiata da proverbiale “panem et circenses”, ossia l’uso dell’intrattenimento sportivo come arma di distrazione di massa ed è esattamente questo il punto: oggi il calcio viene usato per altri scopi. Propaganda gay, antirazzista (cioè suprematista nera e antibianchista) antifascista, femminista e quant’altro.
Se fossimo in un paese normale, il calcio non andrebbe preso così sul serio ma proprio questo ha fatto sì che il calcio si sia preso troppo sul serio, conquistando un ruolo che non dovrebbe avere e che, anzi, è divenuto nocivo.
L’idea stessa che si siano chiuse senza problemi scuole, ristoranti, stabilimenti balneari e ci si sia preoccupati di non fermare il calcio, è un insulto alla dignità.

Ora so bene che molti inizieranno a dirmi che il calcio è un’industria, l’indotto, i tanti posti di lavoro e blablabla. Tutte cose vere. Peccato che anche investendo i proventi della droga si creino numerosi posti di lavoro. Vogliamo trasformare l’Italia in una organizzazione criminale solo perchè grazie a Ciruzzo ‘o Milionario e Totò ‘U Curtu molte persone lavorano? Fate pure ma “a me me pare na strunzata” come disse qualcuno.
Il problema del calcio è molto semplice: girano troppi soldi in relazione agli effettivi beni e prodotti venduti. Quando ciò accade, si crea debito e il punto è esattamente che le società di calcio sono TUTTE fortemente indebitate – se andiamo a vedere i bilanci di tutte le società di serie A, tranne forse il Napoli e l’Udinese, TUTTE hanno debiti. Questo deriva da una moltitudine di fattori.
Primo: la globalizzazione. Un modello che sta distruggendo le economie europee e che, dunque, inevitabilmente, distruggerà anche il calcio, che è una frazione dell’economia.
Fondamentalmente la questione relativa alla nocività della globalizzazione è semplice: se si fanno concorrere due piloti, uno su una Cinquecento e l’altro sulla Ferrari, inevitabilmente vince la Ferrari ma è anche sciocco pensare che la colpa sia del pilota. Anche se si chiamasse Hamilton, perderebbe. E anche se corressi io, con una Ferrari vincerei anche contro Hamilton. In parole povere, la globalizzazione non è che il sistema con cui il più forte cerca di fottere il più debole. Qualcosa che non ha nulla a che fare con le logiche del liberalismo.
L’idea di creare un mercato unico tra diseguali non è meno sciocca di mettere in una medesima vasca pescecani e salmoni e illudersi che vincano i salmoni. Perchè vi sia un mercato dove tutti abbiano la possibilità di affermarsi, occorre che tutti partano con i medesimi mezzi. Il libero mercato è esattamente questo: regole e rispetto delle regole. Nessuno tra i liberali riesce a capirlo ed è esattamente questo il motivo per cui oggi si rischiano rigurgiti statalistici e socialisti. Molti non capiscono che il libero mercato non è la libertà di fare i propri porci comodi ma, al contrario, è il regno delle regole. Più un mercato ha regole ferree, più viene garantita la vera “libertà” della competizione.


Secondo: chi organizza la ricchezza e chi la compra guadagnano sempre meno. Chi nei fatti la “trasforma”, guadagna sempre di più. Il che è normale nella dimensione in cui tutto ciò non sia a scapito dei consumatori e di coloro che producono la materia prima. Il sistema calcio, poi, ha una particolarità: consumatori e materia prima sono la stessa cosa.
La materia prima è la suggestione che se la propria squadra del cuore vince, la propria vita sarà migliore. E’ questo a nutrire il calcio.
In realtà una vittoria sportiva è una semplice scarica di adrenalina positiva che genera dipendenza. Ma i consumatori sono anche la materia prima, in quanto consumano una materia prima da loro prodotta e che altre figure trasformano (i calciatori) e organizzano (i presidenti)
Se i calciatori guadagnano troppo – e ciò per colpa degli sfasci intrinsechi al sistema calcio – e i presidenti non guadagnano nulla ma soprattutto sempre più tifosi hanno minore soddisfazione nel consumare e dunque si impoverisce la materia prima, la conseguenza inevitabile è il debito.
Così, le spese delle società si gonfiano sempre di più, a vincere sono i presidenti disonesti, quelli onesti o non guadagnano nulla e si impoveriscono oppure ci guadagnano ma sono costretti a non poter soddisfare il bisogno di suggestioni da parte dei tifosi.

Così il calcio europeo vede alcune società sane – tra cui il Napoli – che rispettano le regole ma che più di un certo limite non possono andare e altre che invece delle regole se ne fottono.
Il Napoli è una società che rispetta le regole, che si autofinanzia, che rispetta i bilanci, che spende ciò che incassa e che ha usato il credito solo in una prima fase, quando cioè De Laurentiis ha dovuto rilevare il titolo sportivo e Unicredit giustamente si è prestata a coprirgli le spalle in questa fase. Successivamente, De Laurentiis ci ha messo le sue capacità imprenditoriali, senza MAI ricapitalizzare.
La gran parte delle altre società invece usa trucchetti contabili per autofinanziarsi, non rispetta le regole, ricorre a sponsorizzazioni fittizie. Assistiamo cioè a sceicchi, emiri, zii d’America, oligarchi, ricconi cinesi che, in quanto tali, usano capitali esterni a quelli dell’Unione Europea per sponsorizzare le proprie squadre di calcio.
Tutto questo GONFIA le spese delle squadre di calcio che vogliono competere con queste realtà e il risultato è che poichè quando si aumenta il debito senza aumentare la produttività si gonfiano anche i prezzi dei calciatori e gli stipendi, si innesca un circolo vizioso del debito che, proprio per effetto della particolarità del tifoso di essere sia materia prima che consumatore, fa rapidamente declinare la produttività del mercato calcio.


Che il seguito del calcio sia in forte declino e dunque la sua reale produttività sia a rischio, è un fatto. Ed è esattamente quando accade ciò che le banche, che vendono credito e guadagnano sul debito dei loro clienti, si presentano all’uscio. Non per aiutare qualcuno ma per accelerarne l’affossamento, impadronendosi di tutti i suoi asset.
Non a caso, la SuperLega è semplicemente un’invenzione di una banca americana, la JP Morgan, che resasi conto di questa situazione, dice alle seguenti società: “Costituite una Superlega, mandiamo a fanculo la UEFA, facciamoci i porci comodi nostri e lasciamo morire queste società”.
Sfortunatamente questo ragionamento non ha funzionato. Perchè? Perchè si è paradossalmente sottovalutata la componente più maltrattata dal sistema calcio ma al tempo stesso più importante proprio perchè materia prima e consumatore nel contempo: il tifoso. La componente più stupida, anche. Ma quella grazie alla quale il sistema calcio campa. E che, come avviene nei sistemi finanziari, il giorno in cui ritirasse i propri risparmi -che nel calcio si sostanziano sul cosiddetto “investimento emotivo” – farebbe collassare tutto il sistema.
Il tifoso da una parte si sta rendendo conto che il calcio è sempre meno attraente, dall’altro che le proprie condizioni personali peggiorano. Cosa che la pandemia ha enormemente accelerato. E il calcio è sempre stato un ottimo calmante, in tal senso.
Cosa è accaduto con la pandemia? Che si è accelerato quel percorso per cui molti stanno aprendo gli occhi su molte cose. E si stanno rendendo conto, tra le tante truffe, anche della truffa roteante attorno al calcio e cioè che se anche la propria squadra del cuore vince, loro rimangono con le pezze al culo. Sempre per effetto del discorso che la materia prima è al tempo stesso anche consumatore, impoverendosi sia il consumo che la materia prima, si impoveriscono anche i vettori che organizzano questo meccanismo.
Quando Maradona vinse lo scudetto e trasformò Napoli in Rio De Janeiro, molti prezzolati intellettuali che tentarono di buttarla in politica parlando della “Napoli operaia che batte il Nord industrializzato”, dimenticavano che la Napoli di fine anni Ottanta poteva forse essere più debole della Milano da bere o della Torino degli Agnelli. Ma non è affatto povera. E’ una Napoli che si basa, in gran parte, sul contrabbando e in generale sull’economia illegale ma è tutt’altro che povera. Sicuramente è una città molto più ricca di quella che, nel 2020, si sveglia nel bel mezzo di una pandemia, con le pezze al culo e una gran paura del futuro. Togliendo l’illusione domenicale, i ricconi del calcio non si erano resi conto che se ampie fasce di popolazione smettono di sfogare la propria violenza su un rigore non dato, la violenza la vanno a sfogare da qualche parte. Magari proprio a Villar Perosa, a casa Agnelli.

Chi ha concepito la Superlega non è diverso da chi, in politica, parla male dei sovranisti, dei populisti e in generale dei meno abbienti. Non si rende conto che siamo in una situazione preinsurrezionale dove è fondamentale pensare anche ai meno ricchi e dunque a chi da questa crisi sta uscendo a mal partito e, calcisticamente, a quei tifosi che tifano per squadre meno importanti ma che, essendo la maggioranza, sono quelli che tengono in piedi il sistema. Perchè, come ho scritto anche in altre circostanze, mano mano che si allarga la sacca di malcontento e che i partiti più o meno fintamente antisistema si mostrano inadeguati a risolverne le cause democraticamente, aumenta di converso il bacino di consensi di un eventuale leader disposto a farsi strada con la forza. Questo è tanto vero nella politica quanto, più banalmente, nel calcio. All’interno del sistema calcistico, esistono squilibri analoghi a quelli del sistema capitalistico generale, di cui del resto il calcio è solo una frazione. Esistono persone che si arricchiscono senza produrre nulla (nel calcio, i procuratori) ed esistono realtà finanziarie che si appropriano di risorse restituendo in cambio aria fritta. Esiste un’elite di persone che guadagnano troppo senza fare necessariamente cose migliori dei tanti che guadagnano poco. E quando ciò accade, mi sembra inevitabile la conseguenza finale: qualcuno che, facendosi forte di un certo consenso, deciderà di farsi giustizia con la forza. Perchè il problema dei debiti è analogo a quello di chi costruisce la propria vita sulla menzogna. Un bel giorno arriva la realtà bussa alla porta. Anzi non è che la realtà bussa alla porta. La realtà E’ la porta.
La realtà è la porta contro la quale sta andando a sbattere un sistema capitalistico senza regole – che sono invece il presupposto fondante di un vero capitalismo – e con le pezze al sedere come quello occidentale.
E il calcio, in quanto parte di questo sistema, sta andando a sbattervi come tutti gli altri settori dell’economia.
Questo c’è dietro il casino della Superlega. Nient’altro.

FRANCO MARINO

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *