Il Detonatore

Facciamo esplodere la banalità

LA RECENSIONE – INSERT KOPEYKI, IL NUOVO LIBRO DI STELIO FERGOLA CHE RACCONTA DEI VIDEOGAMES SOTTO IL REGIME COMUNISTA (di Federico Bezzi)

Facciamo una partita? Però non a Pac-Man, bensì a Hase und Wolf. Oppure possiamo andare in sala giochi, dove invece di un cabinato SEGA potremo divertirci con una console Poly Play al costo di soli cinquanta Pfennig. Se questi nomi non vi suonano familiari, è solo perché siete nati dal lato “sbagliato” della Cortina di ferro.

Sì, anche nel fu mondo comunista si producevano videogiochi. Un settore microscopico dell’economia sovietica, che tuttavia in alcuni casi riuscirà perfino a vendere i propri prodotti oltrecortina, e che genererà ricordi indissolubili nella mente di quei cittadini sovietici che sono stati giovani tra gli anni settanta e gli anni novanta.

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Insert Kopeyki – I videogiochi nell’universo comunista (Passaggio al bosco, 2021, 100 pagine), nuovo saggio di Stelio Fergola, giornalista e direttore del quotidiano “Oltre la Linea”, è la prima indagine italiana riguardante lo sviluppo e la diffusione dei videogiochi in Unione Sovietica e nei paesi satelliti del blocco comunista, il loro impatto sulla società e gli intrecci storico-politici che, a un certo punto, portarono i vertici sovietici a concentrare una parte delle risorse militari nello sviluppo dei videogames. E perfino, a un certo punto, a quasi tollerare una certa libertà economica.

L’ultimo libro di Stelio Fergola, Insert Kopeyki – I videogiochi nell’universo comunista, Passaggio al bosco.

Una storia, quella dei videogiochi sovietici, che affonda le sue radici nei tentativi di Chruščëv e Brežnev di apportare modifiche al sistema economico comunista e così emulare quella diffusione di beni di consumo che, nel bene o nel male, stava avvenendo in Occidente. Tentativi vanificati dall’impossibilità di concepire un mercato basato sulla domanda e sul profitto: sanità e istruzione erano garantite, ma televisori, lavatrici, automobili – e, appunto, videogiochi – giungevano ai cittadini sovietici in quantità scarsissime.

Questi ultimi, però, avevano più di uno scopo. Non solo dovevano fungere, soprattutto per i giovani, da preludio all’era di abbondanza del socialismo, ma dovevano anche educare il giovane alla competizione contro il capitalismo. Morskoi Boi, battaglia navale, o Gorodki, versione elettronica di un gioco praticato nella Russia rurale, venivano sviluppati dalle industrie belliche con lo scopo di migliorare la velocità di reazione dei giocatori e dare loro familiarità con le tattiche militari. In vent’anni, saranno prodotti più di settanta tipi di macchine da gioco, diffuse nei bar, nei cinema e negli ostelli.

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Tra le menzioni speciali presenti nel libro di Stelio Fergola, i casi della DDR e dell’Ungheria. Mentre la Germania Est poteva vantare la prima console domestica del blocco socialista, l’Ungheria fondava una casa sviluppatrice, la Novotrade, i cui giochi riuscirono a fare breccia anche nel mondo occidentale. Ma la storia dei videogiochi sovietici convergerà con quella della stessa Unione, dopo averne riflettuto i suoi costumi, i suoi sogni e i suoi mutamenti. Non è forse una coincidenza che uno degli ultimi videogiochi interamente made in USSR si chiami Perestrojka.

A Mosca, oggigiorno, il frequentatissimo Museum of Soviet Arcade Machines distribuisce ai visitatori monete da quindici copechi con le quali si può giocare ai videogiochi del passato sovietico, riaccendendo i vecchi circuiti elettromeccanici di passatempi mai usciti dal cuore degli ex cittadini dell’URSS, e che meritano il loro spazio nella storia del divertimento elettronico. Facciamo una partita? Insert kopeyki.

Federico Bezzi

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