Il Detonatore

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MARADONA AI NAPOLETANI NON HA DATO NULLA ED E’ STATO RICAMBIATO DAL NULLA (di Franco Marino)

Ci sono due modi di approcciare il fenomeno di Maradona. Il primo è quello di dedicarsi all’ammirazione sconfinata per il meraviglioso calciatore che fu. E quella non gliela toglie nessuno, men che meno uno che a calcio non ha mai giocato seriamente e che comunque ha sempre condiviso l’idea che Maradona sia stato il più grande calciatore di ogni epoca.
E poi affrontare il perchè verso un calciatore che non ha dato NULLA a Napoli se non un’illusione, una suggestione, esista un imbarazzante culto della personalità dai tratti religiosi – e non è un modo di dire, in suo onore è nata una religione per davvero – che non si riesce a mettere in discussione.
Sul mio modo di vedere il fenomeno di Maradona si sono infrante molte amicizie, compresa quella con una giornalista sua amica che non si capacitava del fatto che io lo contestassi umanamente e probabilmente questo articolo farà infuriare i tifosi del Napoli che pure non mancano tra coloro che mi leggono.
Ma non cambio idea, Maradona a Napoli non ha dato nulla e proverò a spiegare perchè.

Nato a Napoli nel Maggio del 1981, a Settembre ci trasferimmo con la famiglia in un paesino del centronord dove ho passato i primi quindici anni della mia vita. Il tifo del Napoli quando si vive fuori da Napoli e a maggior ragione in un borgo del Centro Nord, è qualcosa di molto più esasperato. Ai miei primi quindici anni della mia vita appartiene il periodo d’oro del Napoli che vinse due scudetti, una Coppa Uefa, una Coppa Italia e una Supercoppa e potè appunto fregiarsi di annoverare tra le proprie fila quello che è ancora oggi ritenuto – con ragione – se non il più forte giocatore di ogni epoca, almeno tra i primi tre.
I non pochi ragazzi di origine meridionale del paesino della provincia di Arezzo dove vivevo si sentivano in dovere di tifare Napoli perchè secondo loro “rappresentava una metafora storica del riscatto del Sud”. Uno di loro lo scrisse anche in un tema.
Ora, in che modo un drogato paramalavitoso argentino potesse “rappresentare il riscatto del sud”, sfuggiva ai miei occhi di bambino, ma il peggio era che si pretendeva che rappresentasse una metafora STORICA. Ammesso di sapere con esattezza cosa sia una “metafora storica”, che diavolo significava? Significava che il Pibe De Oro diventasse come il Principe di Machiavelli e si mettesse a lottare per l’indipendenza? Che col suo piede sinistro avrebbe preso a pallate la camorra che, spaventata, se la sarebbe data a gambe?
La risposta, col senno di poi, mi apparve in tutta la sua chiarezza: Napoli rappresentava un pretesto per costituire una realtà tribale a buon mercato.

Provo a spiegare il senso.
L’Italia è un paese meraviglioso ma dal tratto profondamente provinciale. In quanto tale, sussume tutte le caratteristiche della provincia italiana, nello specifico quella di costruire la propria identità su un meccanismo paradossale che somma ossimoricamente la necessità di distinguersi dalla massa, al tempo stesso però appartenendo ad un gruppo che raccolga questa istanza. Per farlo, dovrà appartenere ad un gruppo che raccolga più persone portatrici questa istanza, in una costante asta dove più persone si avvicinano, più io dovrò fare in modo di distinguermi.
Così, se la moda del periodo dice che tutti devono vestirsi con la maglietta dentro la camicia, io per distinguermi metterò i jeans corti e la giacca con la cravatta, così tutti mi noteranno. Ma per fare in modo che la cosa regga, ci deve essere un gruppo di persone disposte a seguirmi.
Il successo del calcio si fonda sulla capacità di coloro che lo gestiscono di elevare al cubo questo principio, fondandosi su un federalismo microcosmico di massa. La massa, cioè, segue il calcio come fenomeno di massa. Al tempo stesso, il calcio ha cura di creare tanti piccoli microcosmi – ognuno dei quali riferito ad una singola squadra di calcio – che costruiscono l’identità del tifoso, offrendogli così un doppio piacere psicofisico: quello di fargli seguire la corrente, nel frattempo dandogli la sensazione di appartenere ad una sottocorrente.
Ne deriva che il tifoso di una squadra che vince lo scudetto, da una parte soddisfarrà il suo senso di appartenenza ad una massa, dall’altro però vedrà anche soddisfatto il suo “tribalismo a buon mercato”, cioè la sensazione di appartenere ad una realtà vincente. Che è poi quella che fa dire al tifoso “Abbiamo vinto lo scudetto, abbiamo vinto col Milan”, pur avendo in realtà un ruolo nella vittoria che è pari a zero. Quando una squadra vince, guadagna il presidente, guadagnano i calciatori ma i tifosi, materialmente, non guadagnano nulla. Ciò che guadagna il tifoso è la suggestione di aver concorso all’ottenimento di un risultato che in realtà è figlio della bravura professionale di un presidente, dei dirigenti, dello staff tecnico e dei calciatori, ma su cui il tifoso, individualmente, non ha contribuito minimamente.

Maradona, con le sue prodezze foriere di due scudetti e di un trofeo europeo – che prima di lui mai aveva vinto e dopo di lui non avrebbe più rivinto – ha rappresentato per i napoletani la sublimazione di tutto questo: da una parte l’appartenenza ad una massa – quella del tifo partenopeo – e dall’altra la distinzione attraverso uno scudetto dalle altre masse e la presunzione dunque che tale distinzione rendesse l’individuo parte di qualcosa di cui andare fieri, in una città come quella di Napoli che oltre il calcio non offre praticamente nulla. Il tutto, ben oltre le volontà del fuoriclasse argentino che ha sempre ribadito – e questo gli va riconosciuto – di non accettare questa identificazione, che tra l’altro è stata alla base di quella pressione che poi gli ha provocato i noti problemi personali che tutti conoscono.

Oltre questo non c’è nient’altro. Il napoletano non ha amato il Maradona uomo, spesso peraltro umanamente disprezzabile per aver frequentato camorristi e per aver abbandonato un figlio, il tutto mentre venivano disprezzati molti calciatori che pur non essendo napoletani, si impegnavano per il sociale a Napoli. Se lo avesse amato, ai suoi primi segnali di insofferenza psicofisica, ne avrebbe accettato la cessione al meno impegnativo Olympique Marsiglia.
Non ha neanche amato il calciatore in sè dato che le prodezze erano amate semplicemente perchè funzionali al risultato da conseguire.
Ha semplicemente amato l’artefice della suggestione, dell’illusione, in sostanza della truffa che associa ad un Napoli ai vertici del calcio, una Napoli di cui andare fieri, un’identità di cui essere orgogliosi e dunque una concezione di se stessi molto meno deprimente di ciò che invece la realtà suggerirebbe.
In cambio di questo nulla, Maradona ha ripagato il nulla dei suoi tifosi, illudendoli di essere colui che ha riscattato la loro napoletanità umiliata.
Si tratta di una truffaldina illusione su cui si sono arricchiti tutti: calciatori, presidenti, giornalisti. Tranne coloro che poi alla fine mandano avanti la baracca, che sono i tifosi.
Il maradonesimo, da quel Luglio del 1984, tiene in piedi questa truffa che i tifosi del Napoli chiamano amore. Ma che, squarciato il velo del folclorismo carnevalesco, nasconde il nulla di una città quantomai povera e abbandonata a se stessa.

FRANCO MARINO

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