Il Detonatore

Facciamo esplodere la banalità

L’EDITORIALE – SIGNOR PRESIDENTE, NON RIESCO A RESPIRARE (di Matteo Fais)

D’accordo, ho capito, torno dentro. Guardo fuori dall’uscio e richiudo la porta di casa. Camminare con una maschera al volto e respirare tutta l’anidride carbonica che produco? Non se ne parla proprio.

Uscirei volentieri. No, non per fare una passeggiata, ma per marciare sulla via della rivoluzione e della protesta. C’è solo un piccolo problema in merito. Sono solo. Gli italiani tutti, o quantomeno la maggioranza assoluta, sono con Lei, Signor Presidente. Vogliono maschere, mascherine, mascheroni e lockdown, giorni in casa di fronte al focolare, o forse a dei termosifoni che non si possono permettere di accendere.

Mio Dio, Signor Presidente, non riesco a respirare. Forse, si tratta di panico, un attacco di quelli brutti. Ho l’angoscia. Detesto tutti. Lei fa un cenno e loro si chiudono la bocca, soffocano nel proprio fiato di schiavi.

Oh Dio, oh Dio, no, non ce la faccio. Mi viene l’ansia. Perché, perché vivo in un posto del genere, dove tutti sono ligi alla maestra? Ti bacchettano a loro volta, come il capoclasse, o Kapò. Guardando questo popolo, dal lockdown in poi, capisco come fosse possibile, in quei campi situati in Polonia, che ci fosse gente disposta a massacrare i propri fratelli in cambio di un giaciglio meno freddo, di una bottiglia di vodka. Gli italiani sono peggio. Che popolo pavido. Se ci fossero stati loro, il biglietto per la Polonia se lo sarebbero anche pagati, viaggiando mascherati, per non toglierle la soddisfazione di morire per mano sua e non per colpa di un virus.

Le posso confidare una cosa? Da tempo mi domando come sia possibile che noi si sopporti tutto ciò. Quando leggevo 1984 di Orwell pensavo che fosse tutto vero, ma con delle esagerazioni narrative che richiedessero la sospensione di incredulità. Invece no, la realtà è peggio. Abbiamo tutte le possibilità per acquisire informazioni che mettano a nudo le vostre menzogne, ma siamo ancora qui a credervi, a pendere dai vostri dati assurdi, privi di fondamento, palesemente campati per aria.

C’è questa mascherina che mi dovrebbe proteggere finché sono in piedi al ristorante o al bar, divenendo poi superflua nel momento in cui mi siedo. La maschera! Ho la stessa da quattro-cinque mesi. Ha più batteri addosso quella che me, se non mi lavassi per sei mesi. Eppure, tutti ci credono. Noi le obbediamo, Signor Presidente, come abbiamo fatto con chiunque per secoli. Sono certo che, per i miei connazionali, con o senza sia indifferente. Quando si ha la vocazione del servo è sempre così: gli ordini non si discutono, si eseguono.

Resta il fatto che io non respiro. Soffoco. Mi pare di morire e la verità è che sto morendo da decenni per colpa degli italiani e dei loro Presidenti, della burocrazia. Norme folli ovunque accettate senza colpo ferire, sospirando o asserendo fermamente “è così che va”. Un Essere senza Dover Essere. Un mondo c’è dato, con delle regole del gioco, e quello dobbiamo rispettare e perpetrare. Oh cielo, mi si chiude ancora di più la gola. Ho paura di crepare e allo stesso tempo non me ne fotte un cazzo, Signor Presidente. Vuole la verità? Se muoio, ho smesso di soffrire. A Lei e alla burocrazia lascerò il mio cadavere, la decomposizione e la mollezza della carne che viene meno a sé stessa.

Mi avete ucciso moralmente, fisicamente. La mascherina è l’ennesima prova di cui non avevo assolutamente bisogno per constatare con chi ho a che fare, con chi vivo ogni giorno a stretto contatto. Mi sento sinceramente superiore: non merito la sua Italia e i suoi italiani. Privi di sovranità, di identità e ora pure della possibilità di usare l’aria a loro piacimento. Quale sarà il prossimo passo? Tasserà l’aria per poi poterla vendere in bombolette igienizzate?

Purtroppo, Lei ha vinto, la gente è dalla sua parte e io sono una cellula impazzita del corpo sociale. Non le lancio il guanto della sfida solo perché lei ha già sconfitto gli oppositori – gli schiavi hanno scelto il faraone. Resto in casa, auspicando di non vivere un giorno in più in questa distopia per dementi. Accendo una sigaretta, sperando che il cancro mi porti via prima dell’aria contingentata.

Matteo Fais

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L’AUTORE

MATTEO FAIS nasce a Cagliari, nel 1981. È scrittore e agitatore culturale, fondatore, insieme a Davide Cavaliere, di “Il Detonatore”. Ha scritto per varie testate (“Il Primato Nazionale”, “Pangea”, VVox Veneto”). Ha pubblicato i romanzi L’eccezionalità della regola e altre storie bastarde Storia Minima, entrambi per la Robin Edizioni. Ha preso parte all’antologia L’occhio di vetro: Racconti del Realismo terminale uscita per Mursia. A ottobre, sarà nelle librerie il suo nuovo romanzo, Le regole dell’estinzione, per Castelvecchi.

3 commenti su “L’EDITORIALE – SIGNOR PRESIDENTE, NON RIESCO A RESPIRARE (di Matteo Fais)

  1. Caro Fais, io indosso una bandana al collo.
    Respiro meglio ed è più agile nel celarsi/dis-celarsi.
    Mi prendono in giro perché sembro un bandito… ma a me sembra di essere un pó più libero.
    So che è poca cosa.

    1. Cmnq la Sua sofferenza è condivisibile… l’invasivitá dello Stato in una sfera così personale come il respiro… e con così tanta gente che si autoimpedisce senza approfondire nella ricerca di una verità alternativa… ciò è palese nelle strade.
      il quarto potere ha decisamente risalito la classifica.

  2. Caro Matteo, non sei il solo a soffrire questa distopia. E il vedere che la gran parte non solo obbediscono ma assurgono a bastonatori. Dal canto mio, non mi lascio condizionare interiormente da queste disposizioni liberticide. E già manifestare dissenso come fai anche tu è un’azione civile.

    «Tutto quello che faccio non ha senso, se la casa brucia». Eppure proprio mentre la casa brucia occorre continuare come sempre, fare tutto con cura e precisione, forse ancora più studiosamente – anche se nessuno dovesse accorgersene. Può darsi che la vita sparisca dalla terra, che nessuna memoria resti di quello che è stato fatto, nel bene e nel male. Ma tu continua come prima, è tardi per cambiare, non c’è più tempo.

    Così scrive Agamben in uno dei suoi ultimi editoriali su Quodlibet.

    A presto, e senza maschera

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